La “cancel culture” ha colpito ancora. Questa volta a farne le spese sono le opere di Roald Dahl

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Norman Rockwell - Freedom of Speech, 1943

“Ogni disco è stato distrutto o falsificato, ogni libro è stato riscritto, ogni immagine è stata ridipinta, ogni statua e ogni edificio è stato rinominato, ogni data è stata modificata. E il processo continua giorno per giorno e minuto per minuto. La storia si è fermata.”

George Orwell, 1984

Qualche tempo fa la casa editrice Puffin Books, di comune accordo con la Roald Dahl Story Company, la società che possiede i diritti d’autore sulle opere di Roald Dahl, ha divulgato la decisione di apportare sostanziali modifiche ai testi dell’autore britannico.

Centinaia di parole sono state tagliate o riscritte. Molti riferimenti di genere sono stati eliminati. Ad esempio, nella Fabbrica di Cioccolato l’espressione con cui Roald Dahl si riferisce ai buffi Oompa-Loompa , “small men”, è stata sostituita con il termine “small people”.

Quasi tutti i riferimenti al peso di Augustus Gloop, l’ingordo bambino tedesco vincitore di uno dei cinque golden ticket nella Fabbrica di Cioccolato, sono stati cancellati. Nei pochi passaggi in cui si menziona la forma fisica del paffuto Gloop gli editori hanno preferito sostituire il termine “grasso” considerato offensivo, con “enorme” che, a quanto pare, rappresenta un’alternativa socialmente accettabile.

In Matilda i termini “ mamme” e “papà” sono stati accorpati dal termine “genitori”.

Gli editori hanno agito mossi dall’intenzione di proteggere la sensibilità dei lettori moderni, specialmente di quelli più giovani. L’iniziativa ha però scatenato un’infinità di polemiche tanto che alla fine, stando alle notizie di questi ultimi giorni, verranno divulgate due edizioni delle opere di Dahl: una fedele all’originale, che si chiamerà “The Roald Dahl Classic Collection” ed una modificata. In molti hanno denunciato l’operazione editoriale bollandola, a buon diritto, come un vero e proprio atto di vandalismo culturale.

Il fatto che le opere di Dahl siano rivolte principalmente ad un pubblico di bambini non ne autorizza in alcun modo la manomissione. Non si tratta di testi pedagogici, ma di classici della letteratura mondiale. Un classico della letteratura (e questo coloro che lavorano nell’industria editoriale dovrebbero saperlo bene) non può essere considerato alla stregua di un qualunque altro prodotto commerciale. Non si tratta di una borsa o di un vestito, non può essere riadattato a seconda dei gusti o delle mode del momento. Un classico è un’opera che, non solo è sopravvissuta a decine di generazioni di lettori e che per questo deve essere dotata di un suo innegabile valore intrinseco, ma rappresenta anche un prezioso strumento di conoscenza di epoche, più o meno, lontane. Ha la stessa sacralità del Colosseo o della Cappella Sistina. Non ci si può semplicemente svegliare una mattina e decidere di ridipingerne le pareti.

Se tutta questa vicenda vi sembra ridicola sappiate che purtroppo la censura delle opere di Roald Dahl non rappresenta affatto un episodio isolato. Dahl infatti non è che l’ultimo di una serie di grandi autori le cui opere, ritenute “controverse”, sono state recentemente oggetto di censure.

Stando ai risultati di un’allarmante inchiesta pubblicata in prima pagina sul The Times il 10 agosto della scorso anno, intitolata Universities black list “harmful” literature, molte università inglesi avrebbero rimosso numerosi libri dalle liste di lettura per proteggere gli studenti da contenuti ritenuti “impegnativi”. Le università di Essex e Sussex hanno pubblicamente ammesso di aver depennato alcuni testi dagli elenchi di studio. L’università di Essex avrebbe rimosso definitivamente il capolavoro dell’autore afroamericano Colson Whitehead, La ferrovia sotterranea, un’opera osannata persino da Obama, per via delle rappresentazioni troppo vivide della schiavitù.

La Sussex University ha invece eliminato uno dei testi teatrali più famosi al mondo, La signorina Julie di August Strindberg, per via degli espliciti riferimenti al suicidio contenuti nell’opera. Persino i libri del bardo William Shakespeare non sono stati risparmiati. Il suo Sogno di una notte di mezza estate è stato infatti giudicato eccessivamente classista.

Quest’ondata censoria e bigotta, che ha investito il mondo dell’editoria e quello universitario, è in realtà parte di un fenomeno molto più grande.

Un fenomeno che prende il nome di cancel culture (un’espressione entrata in circolazione intorno al 2010) e che si è acuito dopo la morte di George Floyd nel 2020, quando si assistette a diversi episodi di iconoclastia e all’insorgere di numerose polemiche intorno a film e libri ritenuti offensivi e razzisti. All’epoca, probabilmente ricorderete, che ad essere messo sotto accusa ci fu persino Via col Vento ed in particolare la figura di Mami, ritenuta un personaggio stereotipato e caricaturale e per questo offensivo per la comunità di colore. Le pressioni furono così tante che alla fine l’emittente televisiva statunitense HBO decise di rimuovere il film dal suo catalogo, in quanto razzista.

La cultura della cancellazione si scaglia contro tutti i personaggi illustri e le opere d’ingegno ritenuti portatori di valori deprecabili e offensivi, senza tenere assolutamente in considerazione il contesto storico e sociale in cui questi si collocano. E’ evidente che questa tendenza alla cancellazione, oltre a rappresentare una soluzione a dir poco ingenua a problemi intellettuali ed etici di natura complessa, nasconda spinte più reazionarie che progressiste. Il revisionismo forzato di questi nuovi implacabili censori contemporanei sta assumendo a tutti gli effetti le fattezze di una moderna caccia alle streghe, in cui per chi sbaglia il rischio di essere messi alla gogna e “cancellati” è altissimo. Ne sa qualcosa Charles Negy, docente di psicologia all’Università della Florida che, dopo essere stato accusato di razzismo per aver semplicemente condannato i saccheggi avvenuti dopo la morte di Floyd , è divenuto oggetto di una feroce campagna sui social, accompagnata da una petizione per il suo licenziamento. L’episodio lo ha scosso al punto da spingerlo alle dimissioni dopo quasi vent’anni di insegnamento. Questo è solo uno dei tristi esempi di come l’epurazione della nostra lingua da termini giudicati politicamente scorretti, piuttosto che la distruzione di monumenti controversi o l’eliminazione di scene cinematografiche ritenute offensive, oltre ad aver raggiunto spesso il ridicolo, non ci hanno certamente reso persone migliori. Ma soprattutto, non importa quanto nobili possano sembrare gli scopi che muovono la censura, la cultura della cancellazione e dell’annullamento rimarranno sempre strumenti più affini ai totalitarismi che alle democrazie.

Ancor più del razzismo, dell’omofobia e della misoginia, dobbiamo temere il conformismo ideologico, perché è esso la vera matrice di ogni altra forma di repressione. Ed è per questo che non dobbiamo mai avere paura di non conformarci, di commettere errori o di assumere posizioni divergenti.

Dobbiamo avere il coraggio dell’operaio Jim Edgerton, che con sguardo lucido e fiero, nel celebre dipinto di Norman RockwellFreedom of Speech” si erge in mezzo ad una folla di persone apparentemente più abbienti e socialmente più elevate di lui, per prendere la parola e dire semplicemente qualcosa con cui tutti gli altri non erano d’accordo. Ma soprattutto non dobbiamo mai temere di usare le parole “sbagliate”, perché non sono le parole a doverci spaventare, ma solo chi ce ne vuole privare.

Amina Al Kodsi

Laureata in Lingue e Letterature Straniere, nutre sin da piccola una passione per l’editoria e la scrittura. Ha lavorato come redattrice per un periodico ed un’emittente radiofonica. Appassionata di letteratura americana e russa, sociologia e politica, ama osservare con spirito critico una società sempre più complessa e sfuggente. Uno spirito critico che trova espressione nella sua rubrica “Controcultura”.

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