Il grande successo di pubblico e di critica riscosso dal programma televisivo Belve ha portato il format condotto da Francesca Fagnani ad approdare alla prima serata di Rai2 a partire dal febbraio di quest’anno. Recentemente mi sono decisa, di malavoglia, ma incuriosita, a guardare l’ultima stagione e a recuperare qualche episodio delle precedenti. La formula prevede un’intervista vis -a- vis fra un’ospite famoso e l’intervistatrice. Gli ospiti vengono fatti sedere su degli sgabelli piuttosto alti, una scelta voluta dalla produzione per non farli stare troppo comodi. Ogni intervista si apre con la domanda di rito: “Lei che belva si sente?”. Vi preannuncio che quasi tutti si sentono dei leoni. L’intervistatrice rivolge poi una serie di domande ai suoi ospiti consultando spesso un’agenda ricca di post-it che sembra quasi voler dire “sappiamo tutto di te”. Devo ammettere di aver fatto veramente molta fatica a seguire le puntate, non solo per il tono strascicato e il marcato accento romano della conduttrice, ma anche per lo scarso interesse che la maggior parte degli intervistati ha esercitato su di me. Grazie alla visione di Belve sono venuta a conoscenza di personaggi a me ignoti ( e che avrei preferito rimanessero tali) come Federico Fashion Style, l’eccentrico parrucchiere delle star e Wanda Nara, soubrette e moglie di un noto calciatore.
Sebbene ci siano stati degli aspetti che ho apprezzato, come ad esempio la totale assenza del puerile sentimentalismo in cui indulgono la maggior parte dei presentatori nostrani ed una giusta dose di provocatoria sfrontatezza, mi chiedo sinceramente perché il programma abbia suscitato così tanto scalpore. Se paragonato ad esempio al pungente e cattivissimo roasting americano, pratica che consiste nel mettere alla berlina personaggi illustri attraverso una serie di battute, anche estremamente volgari, il programma della Fagnani sembra una chiacchierata fra gesuiti. È pur vero che non siamo negli Stati Uniti, ma in Italia, dove già la mancanza di un atteggiamento di deferenza verso gli ospiti, specie se molto importanti, di cui è impregnato il sottobosco televisivo italiano, rappresenta di per sé una grande vittoria. La cosa che però, se possibile, mi ha stupito ancor di più sono state le voci che si sono diffuse verso la fine dell’ottobre di quest’anno circa il possibile trasferimento del programma al canale Nove. La causa sembrerebbe essere legata all’intervista saltata di Fedez, ritenuta inopportuna dalla dirigenza Rai. Sebbene le voci circa il trasferimento siano state smentite dall’ad Rai Roberto Sergio, l’episodio mi ha riportato alla mente un’altra grande defezione dalla Tv pubblica avvenuta nel maggio di quest’anno, ovvero quella di Fabio Fazio e del suo Che tempo che fa. Il programma, un mix di perbenismo culturale e di siparietti comici che avevano per protagonisti il presentatore ligure e Luciana Litizzetto, è stato per anni la punta di diamante del pre-serata di Rai3 ed è stato da sempre considerato da uno zoccolo di pseudointellettuali un programma di un certo spessore, una cosa di cui non ancora non mi capacito. Secondo la stampa il presentatore sarebbe stato epurato dall’emittente nazionale in quanto personaggio scomodo e inviso al governo Meloni. Ora, capite che già il solo definire Fabio Fazio un personaggio scomodo fa di per sé molto ridere. Non solo sono certa del fatto che Fabio Fazio non abbia mai detto nulla di scomodo nella sua vita, nemmeno ad una riunione di condominio, ma ricordo ancora quando Bono Vox degli U2, durante quella che con tutta probabilità fu l’intervista più noiosa della sua vita, lo apostrofò come Mr Valium. Stando al buon Fazio l’allontanamento dalla Rai sarebbe stato una sua scelta.
“Non siamo stati cacciati. Se hai un contratto in scadenza e non arrivano proposte, pensi che sia giusto cogliere un’opportunità che ti viene offerta altrove».
Fazio ha però anche precisato che all’interno di Nove potrà trovare, insieme al suo team,
«la libertà di essere contemporanei».
Se anche il più soporifero dei conduttori, il Mr Valium del pre-serata di Rai3, afferma di avvertire la necessità di sperimentare una libertà espressiva che in Rai gli sarebbe stata negata, sarebbe quanto meno doveroso fare una riflessione sul presunto pluralismo dell’informazione e dell’intrattenimento televisivo nel nostro Belpaese. La storia della televisione italiana ha avuto un’evoluzione piuttosto singolare. Inizialmente le trasmissioni televisive in onda su territorio nazionale erano in mano al monopolio della Rai, Radio Televisione Italiana.
Queste sono poi divenute oggetto di una polarizzazione che ha visto contrapporsi da un lato l’emittente nazionale pubblica, che avrebbe dovuto essere super partes, ma che di fatto è sempre stata fortemente politicizzata e dall’altro le tre reti televisive nazionali private confluite nel 1996 in Mediaset, la società fondata da Silvio Berlusconi. Se da un lato le reti di proprietà della Mediaset erano apertamente schierate, dall’altro il palinsesto Rai, al di là di rare eccezioni come ad esempio Santoro o Biagi, entrambi vittime dell’editto bulgaro ed estromessi dall’emittente nazionale, si potrebbe sintetizzare nell’emblematico salotto di Porta a Porta. Un salotto che rappresenta l’incarnazione di tutto ciò che di marcio abbiamo ereditato dalla Prima Repubblica: la compiacenza con i potenti, il servilismo con preti e vescovi e il trasformismo politico con cui si cambiano le bandiere a seconda dei vincitori. Nel corso degli anni, a detta del pubblico, Mediaset ha dimostrato di riuscire a stare al passo con i tempi, attraverso una variegata offerta di palinsesti puerili, indulgendo nel trash e nei reality show. E la Rai invece? Secondo molti avrebbe mantenuto un carattere antiquato e anacronistico. Io invece credo che sia esattamente l’opposto. La Rai incarna, in maniera quanto mai attuale, quello che è lo spirito della nostra Repubblica che, nonostante la parvenza progressista, non è cambiata poi così tanto dal secondo dopoguerra ad oggi. Una repubblica, quella italiana, che è sì fondata sul lavoro, ma ancor di più sul clientelismo. Uno stato in cui, nonostante ci si riempia la bocca di parole come meritocrazia, il provincialismo e le raccomandazioni la fanno ancora da padroni. D’altra parte se un programma come Belve ci appare così innovativo, se persino Fazio può passare per un personaggio scomodo e, infine, se qualcuno come Fedez viene interdetto dalla partecipazione ad un programma televisivo, nemmeno fosse un fervente seguace delle Bestie di Satana, che conclusioni dovremmo trarre? Che tipo di belve sono gli Italiani che guardano la televisione oggi? Beh, sicuramente sono delle belve molto mansuete, che gridano allo scandalo con troppa facilità. Assuefatte ad un conservatorismo da cui non hanno nessuna intenzione di liberarsi . Un pubblico che, nonostante si professi di ampie vedute, in fondo ama l’ intrattenimento innocuo e inoffensivo offerto dai cosiddetti mattatori della prima serata, gli imbonitori delle folle alla Panariello. Dei nostalgici e reazionari gattopardi, ostativi al cambiamento, perché tanto lo sanno tutti che “si stava meglio quando si stava peggio” e che i vecchi proverbi non sbagliano mai. E allora perché non lasciarsi cullare nel placido e rassicurante grembo di Mamma Rai?

