Uno, nessuno e centomila. Chi sono le nostre identità digitali?

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Being John Malkovich, directed by Spike Jonze, 1999

Vi è mai capitato di conoscere delle persone all’apparenza piacevoli, brillanti e mediamente colte per poi, dopo un breve periodo di frequentazione, aggiungerle su Facebook e scoprirne un lato oscuro e imbarazzante di cui non sareste mai voluti venire a conoscenza? Non posso sentire la vostra risposta, ma sono quasi certa di conoscerla.

In questi ultimi anni posso dire di averne viste di tutti i colori, dai feed infestati dagli ultimi puerili trend di Tik Tok coreografati insieme a tutta la famiglia, alla condivisione di notizie di cronaca con tanto di affermazioni razzistoidi sino alla divulgazione delle più disparate fake news. Ogni volta che mi ritrovo ad aprire i profili di persone conosciute da poco lo faccio con la stessa cautela con cui si scoperchierebbe un vaso di pandora, pronta ad essere travolta da una quantità sconcertante di improbabili contenuti. Mi sono sempre chiesta se quella che certe persone mostrano sui social fosse un’identità fittizia oppure se al contrario fingessero, con una bravura della quale non credevo fossero capaci, di essere ciò che non sono nella vita reale. Per anni ho creduto di avere la capacità di comprendere le persone, ma l’avvento dei social network ha definitivamente smantellato questa mia ingenua convinzione, ricordandomi che le persone non solo non si mostrano quasi mai per ciò che realmente sono, ma che spesso nascondono convinzioni, idee e passioni che mai mi sarei sognata di associare loro.

Backstage e frontstage: le relazioni umane secondo Goffman

Naturalmente quello della dissimulazione del proprio io non è affatto un fenomeno contemporaneo, né è tanto meno strettamente legato al mondo dei social network. Negli anni 50 il sociologo canadese Erving Goffman, nel suo libro “La vita quotidiana come rappresentazione”, pietra miliare della sociologia moderna, impiegò una metafora drammaturgica per spiegare le interazioni sociali. Secondo il modello teorizzato da Goffman il nostro vero “io”, per un meccanismo di autodifesa, giacerebbe sepolto sotto strati di maschere, così, quando ci relazioniamo agli altri, specialmente in contesti più formali, non faremmo che recitare una sceneggiatura strutturata secondo precisi dettami sociali. La nostra vita si dividerebbe così fra un front stage, ovvero il palcoscenico su cui andiamo in scena ogni giorno e all’interno del quale avvengono praticamente tutte le nostre interazioni sociali ed un backstage, ovvero lo spazio dietro le quinte, quello in cui possiamo tornare ad essere noi stessi. Se nell’epoca pre-digitale a cui fa riferimento Goffman però lo sdoppiamento identitario avveniva fra sfera pubblica e privata, ora, a queste due dimensioni se ne è aggiunta una terza, ovvero quella digitale.

La formazione identitaria nella sfera digitale

La dimensione digitale, lungi dal liberarci dai nostri obblighi attoriali, assume una connotazione ambigua trasformandosi in un ibrido spazio in cui il confine fra pubblico e privato diventa estremamente labile e confuso. È un po’ come se, attraverso lo spazio digitale, aprissimo quello che Goffman definisce il backstage al nostro pubblico, perdendo la nostra dimensione più intima. Una perdita che non fa cadere le nostre maschere sociali, ma le rende permanenti. Se prima dopo una lunga giornata di lavoro potevamo riporre nell’armadio i nostri travestimenti, ora l’altissimo livello di coinvolgimento e di interazione richiesto dall’iperconnessione sui social ci obbliga ad uno sforzo recitativo costante. Questo perché anche quando crediamo di essere realmente noi stessi, scambiando ingenuamente la bacheca di Facebook piuttosto che il feed di Instagram per il nostro diario segreto sul quale appuntare pensieri personali e foto, la consapevolezza che qualcuno ci stia guardando compromette inevitabilmente la nostra naturalezza.

L’identità che assumiamo sui social network, il cosiddetto cyber self, assume così connotazioni molto diverse dal nostro sé sociale e da quello privato. Secondo il modello relazionale elaborato da Sherry Turckle nel suo famoso “Life on the screen: identity in the age of internet” , fra le caratteristiche principali di questa nuova identità ci sarebbe quella di essere “decentrata e multipla”. Rispetto al palcoscenico sociale tradizionale, lo spazio online infatti ci permette potenzialmente di creare infinite rappresentazioni di noi stessi, ma se da un lato possibilità di dissimulazione è altissima, lo è altrettanto il rischio di perdere la nostra identità originaria. Questo non solo perché un’identità multipla rappresenta un rischio concreto per la nostra stabilità mentale, ma anche perché il cyber self, auto costruito ad hoc per i social network, si nutre della costante approvazione dei nostri follower. Se è vero che anche nella vita di tutti i giorni spesso ci capita di mostrarci diversi per assecondare le convinzioni piuttosto che i desideri altrui, nei social le pressioni sociali a cui si è sottoposti sono notevolmente maggiori. Così l’approvazione ed il compiacimento della community cui ci si rivolge diventano determinanti nel processo di formazione identitaria del sé digitale. La ricerca del consenso è fondamentale per la costruzione di un’identità online di successo, tanto che spesso i post che non ricevono abbastanza like vengono cestinati. Il potere del like, specialmente nell’adolescenza, un periodo chiave per lo sviluppo dei circuiti neurali, ha una portata immensa. Stando ai risultati di uno studio condotto dalla dottoressa Sherman e da un team di colleghi del dipartimento di psicologia della California, “The power of the Like in adolescence: Effects of peer influence on neural and behavioral responses to social media”, l’impatto neurale dei like è molto forte sui giovani. Durante lo studio ad un campione di studenti, sottoposti a risonanza magnetica, è stato chiesto di valutare le proprie foto e quelle dei loro coetanei su un social network fittizio costruito ad hoc per condurre l’esperimento. Ne è emerso che le foto con il maggior numero di like erano quelle che attivavano una maggiore attività cerebrale. In sostanza maggiore è il consenso, maggiore è il valore che attribuiamo a ciò che vediamo. Dire e fare la cosa giusta sui social è importantissimo. Lo aveva già capito perfettamente Chiara Ferragni, regina indiscussa della narrazione digitale, all’incirca dieci anni fa. Mi è capitato di recente di riguardare una sua intervista rilasciata a Pif nella trasmissione “Il Testimone”. Chiara spiegava all’incredulo e scettico veejay in cosa consistesse il suo lavoro, ovvero quello influenzabile. Nel raccontare com’era iniziata la sua carriera sono rimasta colpita dalla padronanza con cui parlava di monetizzazione, di brand e di business rivelando quelle spiccate doti imprenditoriali che ne avrebbero in seguito decretato il successo, ma a colpirmi maggiormente è stata una sua frase. Nel mostrare a Pif i suoi follower, che all’epoca ammontavano già ad un milione e seicento mila, Chiara afferma di avere “un grosso seguito” sui social, ma subito si autocensura dicendo che le dicono sempre che non deve pronunciare questa frase. Ora non ho ancora ben capito se a costituire un taboo fosse la parola “grosso” o se lo fosse il fatto di averla associata al suo seguito di follower, ma non è questo il punto. Il punto è: chi era che suggeriva cosa dire e cosa non dire ad una semisconosciuta Chiara Ferragni? Ma soprattutto, da dove scaturiva tutta quest’attenzione per la scelta delle parole “giuste”? Non era un personaggio politico, poteva potenzialmente dire tutto quello che voleva, ma Chiara aveva già capito che non era così. Sapeva che, nell’arco di pochissimi anni, i social si sarebbero trasformati in un grosso bacino di approvazione e di conformismo in cui per avere successo occorreva in primo luogo costruire un’identità digitale il cui compito principale fosse quello di compiacere il proprio “grosso seguito” di follower. Una prospettiva agghiacciante che però non sembra turbare la nostra Chiara che anzi, alla stregua di una moderna e sadica Cassandra, se la ride per tutta l’intervista. Forse era solo felice di averlo scoperto prima di tutti noi, o forse non era una prospettiva che la atterriva, ma dalla quale sapeva che avrebbe potuto sapientemente trarne vantaggio.

Ora, sebbene io creda che lo scrolling di foto di scenari di lusso, ambientazioni esotiche e cene gourmet su Instagram, possa rappresentare un’innocua evasione dalla realtà paragonabile al piacere con il quale le donne negli anni 70 sfogliavano le riviste di gossip, spiando le vicende dei reali e fantasticando sulla vita di Carolina di Monaco, non bisogna sottovalutare gli effetti che un uso eccessivamente immersivo e totalizzante dei social potrebbero avere sulle nostre vite. Il mio consiglio per chi se la ride come la nostra Chiara e soprattutto per i più giovani, è quello di non considerare ogni aspetto della nostra vita in virtù dei social media, ma di rifugiarsi e di difendere il proprio backstage quanto più possibile, senza concedere pass a nessuno. Ma soprattutto di considerare le nostre identità digitali non come parti integranti del nostro io più profondo, ma semplicemente come dei simpatici avatar, sicuramente più divertenti e affascinanti rispetto ai panni che siamo costretti a vestire nella nostra quotidianità, ma anche più trasformisti e opportunisti, molto più fragili e bisognosi di costanti rassicurazioni circa il proprio valore.

Amina Al Kodsi

Laureata in Lingue e Letterature Straniere, nutre sin da piccola una passione per l’editoria e la scrittura. Ha lavorato come redattrice per un periodico ed un’emittente radiofonica. Appassionata di letteratura americana e russa, sociologia e politica, ama osservare con spirito critico una società sempre più complessa e sfuggente. Uno spirito critico che trova espressione nella sua rubrica “Controcultura”.

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