12 giugno 2024. La consegna del tricolore a un ministro cui segue un acceso scontro tra uomini in giacca in cravatta. Una scena che rimarrà impressa nella storia della legislatura di Giorgia Meloni, quella avvenuta tra la maggioranza e l’opposizione, in particolare tra il pentastellato Leonardo Donno e il leghista Igor Iezzi durante il dibattito in Parlamento sulla proposta di legge di Lorenzo Calderoli sull’autonomia regionale. Tanto lo scalpore per questa scena grottesca a suon di pugni e insulti nonostante non fosse – purtroppo – l’unica avvenuta in Parlamento negli ultimi anni: nel 2018 tra deputati del Pd e di FdI, sul Decreto Genova, nel 2019 in occasione della votazione della riforma del Fondo Salva Stati tra i deputati di Lega e Fratelli d’Italia e Partito democratico, con tanto di pubblico studentesco. Sempre nel 2019, frasi e gesti irripetibili tra colleghi leghisti, nel 2022 rissa in Commissione finanze, nel 2023 una bagarre in materia di salario minimo: sono stati esposti in aula alcuni cartelli come “Salario minimo negato” e “Non in nostro nome”, firmati da deputati di Fdl. Tanti gli episodi violenti avvenuti in Parlamento che coinvolgono maggioranza e opposizione e neanche troppo sorprendenti, considerando la natura megalomane dei politici che compongono il Governo italiano e che più volte hanno dimostrato quanto il proprio orgoglio valga più dei valori che portano in alto e alla Camera.
Dal 12 giugno, in effetti, programmi contenitori e talk show in prima serata non parlano d’altro che della zuffa che vede protagonisti i rappresentanti delle due fazioni politiche, non tanto per il motivo in sé che li ha portati a questo scontro, quanto per quello che rappresenta a livello istituzionale, tanto che i protagonisti del diverbio fisico presenziano le dirette televisive mandandosi messaggi a distanza nella speranza di una risposta nella serata seguente o in un altro programma. Persino la Premier Giorgia Meloni ha spostato l’attenzione, alla vigilia del G7, sulle provocazioni e le derisioni dell’opposizione nei confronti dell’Istituzione, trascurando il contorno – che poi è il fulcro della questione – che ha anticipato la rissa in Parlamento. La politica degli ultimi giorni è diventato, infatti, un ring dove non volano pugni bensì frecciatine, in cui i politici sospesi stanno prendendo parola infangando i propri colleghi e puntandosi il dito gli uni con gli altri come bimbi all’asilo che vogliono evitare di essere sgridati dalla maestra, spostando il focus dalla questione principale: qual è l’argomento di dibattito che è sfociato in calci e offese?
Facciamo un passo indietro: il prologo dell’episodio vede il Ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli al centro della Camera durante l’esibizione del tricolore tra i banchi dell’emiciclo e l’intonazione dell’inno di Mameli da parte dell’opposizione, in segno di protesta verso la proposta di legge del Ministro sull’autonomia differenziata. Già, ma in cosa consiste? Non è altro che il riconoscimento, da parte dello Stato, dell’attribuzione a una regione a statuto ordinario di autonomia legislativa sulle materie di competenza concorrente e in tre casi di materie di competenza esclusiva dello Stato. Insieme alle competenze, inoltre, le regioni possono anche trattenere il gettito fiscale, che non sarebbe più distribuito su base nazionale a seconda delle necessità collettive. Le materie legislazione concorrente comprendono i rapporti internazionali e con l’Unione europea, il commercio con l’estero, la tutela e sicurezza del lavoro, l’istruzione, le professioni, la ricerca scientifica e tecnologica, la tutela della salute, l’alimentazione, l’ordinamento sportivo, la protezione civile, il governo del territorio, i porti e gli aeroporti civili, le grandi reti di trasporto e di navigazione, la comunicazione, l’energia, la previdenza complementare e integrativa, il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario, la cultura e l’ambiente, le casse di risparmio e gli enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale. Questa forma di autonomia regionale, in effetti, è prevista dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione ma non è mai stata attuata a causa delle forti divergenze economiche tra nord e sud che marcherebbe, ancora di più, le differenze sociali ed economiche cui versa il nostro Paese. Il disegno di legge di Calderoli, potrebbe essere definito “la secessione dei ricchi” per la sua matrice settoriale che provocherebbe la fruizione di maggiori contributi al nord, già economicamente avanzato, in quanto prevedere che essi siano erogati sulla base della spesa storica regionale. Cosa vuol dire questo? Maggiore spesa storica = maggiori contributi erogati ma, sappiamo tutti che in Meridione ci sono meno risorse investite, motivo per cui partirebbe svantaggiato.
È proprio questo il motivo di protesta in Parlamento da parte dell’opposizione rappresentata dall’esibizione del tricolore e dall’intonazione prima dell’Inno di Mameli, poi dell’Inno alla liberazione fascista “Bella ciao” cui è seguito il segno, da parte del deputato leghista Domenico Furgiuele, dell’X Mas, formazione militare tra il 1943 e il 1945 di affiliazione nazista macchiata di crimini di guerra come risposta a una richiesta di unità nazionale ormai al suo tramonto. La cosa curiosa in questo caos tra maggioranza e opposizione è che il Presidente della Camera Lorenzo Fontana a invitato a placare gli animi di quest’ultimi, e a lasciare l’emiciclo, richiesta invece assente per l’opposizione che ha sollevato inni nazi-fascisti. Quello che è successo dopo questo battibecco alla Ciao Darwin rimbalza da uno schermo all’altro da una settimana circa: il deputato pentastellato Leonardo Donno consegna a Calderoli la bandiera italiana e i compagni di partito accerchiano donno e comincia una rissa animata degna del Premio Oscar per peggior rappresentanza politica.
Oggi, 19 giugno, quella che era una proposta finita sul ring, è diventata legge e l’Italia tornerà progressivamente agli anni precedenti all’Unità, un fallimento nazionale e storico che ha visto i padri della Nazione combattere per un’unità che oggi il Governo ci sta togliendo, quello stesso Governo che due settimane fa ha confermato ampiamente il suo consenso. Ma la cosa più triste, purtroppo, è osservare quanto la Stampa, e in generale i media, diano risonanza a una scena becera e grottesca come quella avvenuta in Parlamento senza approfondire e spiegare la causa che l’anno scatenata e le conseguenze che una legge, come quella dell’autonomia differenziata, avrà sul nostro Paese. Una lotta sociale che non avverrà mai fino a quando i diritti che si urleranno dai megafoni riguarderanno solo certi temi e non quelli che riguardano tutti i cittadini, senza distinzione di genere, età e provenienza.
Perché quest’opera?
Il dipinto nasce quattrocento anni fa e Caravaggio è in fuga da Roma: ha ucciso un uomo in una rissa e sulla sua testa pende il bando capitale. Con l’aiuto della nobile Costanza Colonna trova rifugio nella capitale borbonica, città di contrasti che lascia in lui un segno immediato. Le commissioni fioccano, come le polemiche per un’opera che unisce la sacralità delle sette scene tratte dal Vangelo con il profano raffigurato dal volto popolare di Napoli presente sulla tela. Un connubio realista ma d’impatto che rende l’opera una macchina teatrale ricca di contrasti sia raffigurativi che espressivi. Due piani si fondono in un unico spazio che fonde la sfera umana con quella divina. Tante le scene rappresentate infatti: una Vergine dal volto vissuto partecipa alle vicende degli uomini insieme al Bambino Gesù, le opere della misericordia enunciate da Cristo, San Martino cura uno storpio dalla sua malattia e offre il mantello a un ignudo dalla schiena michelangiolesca, mentre l’oste della locanda del Cerriglio, dove Caravaggio alloggiava, offre ospitalità a un pellegrino con la conchiglia sul cappello, emblema di Santiago di Compostela. C’è anche un’opera assente dal racconto del Vangelo di Matteo: “seppellire i morti”, rappresentata dal diacono con la fiaccola e da un uomo che trasporta un cadavere di cui vediamo spuntare i piedi su un lenzuolo bianco. Un insieme di scene in cui si alterna la malattia, la carità, le cose terrene del mondo, guardate dalla Vergine col Bambino: un palcoscenico visto è rivisto, dove i più innocenti osservano il male il mondo, la sofferenza, l’ingiustizia. Come telespettatori che guardano gli sviluppi di un genocidio o una rissa in Parlamento.


Sei semplicemente fantastica nel modo così perfetto di come hai commentato e scritto questo argomento purtroppo brutto e deplorevole a cui abbiamo assistito alla camera per l’autonomia differenziata