LOVE. Misoginia fa rima con ipocrisia

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Artista anonima, opera presente alla mostra "Invitadas", presente al Museo del Prado

Una delle parole che più risuona nelle tastiere degli smartphone e dai megafoni delle manifestazioni è la parola ‘misoginia’, letteralmente da Treccani

“Atteggiamento di avversione generica o repulsione per la donna”

Definizione che, se declinata ai fatti di cronaca nera cui siamo abituati o alle produzioni che affrontano il tema, verrebbe facilmente ricondotta ai femminicidi o alla violenza sessuale. Ma no, oggi non voglio parlare di questo. Si parla così tanto di questo argomento, oggi neo più che mai accentuato nella nostra società, senza considerare le diverse sfumature e i significati più latenti che la misoginia possiede nella sua natura più profonda dal punto di vista comportamentale. Nell’uso comune di questo termine, essa si associa all’avversione verso la donna da parte degli uomini ma, in realtà, la misoginia viene anche – e soprattutto – esercitata dall’universo femminile verso le proprie simili. Ma cosa c’entra con l’ipocrisia? L’ipocrisia entra in gioco quando uomini e donne decantano diritti, parità di genere, abbattimento degli stereotipi e normalizzazione del libertinismo, un tempo accettato solo per gli uomini e oggi esteso anche alle donne, ma non sicuramente accettato, nonostante i social, in primis, e poi altri settori diventano la vetrina dell’ipocrisia per eccellenza.

In questi giorni mi sono imbattuta in diversi video su TikTok, a mio avviso il social più pericoloso per antonomasia in quanto si configura come il luogo senza veli in cui uomini e donne vendono la propria intimità, consapevolmente e volutamente. Paradossalmente più si mostra il lato più intimo, maggiori sono i cuori a proprio favore e i follower curiosi e annoiati. Ma è anche lo spazio dilaniante della dignità personale e altrui, in cui le parole sono considerate piume e dove gli utenti non si curano dei destinatari dei propri giudizi o delle proprie offese.

Esiste, infatti, il moderatore dei contenuti di TikTok, una vera e propria figura professionale che lavora con la violenza negli occhi, cui ruolo è filtrare i contenuti che scorrono nei feed dei social. Turni di lavoro infiniti e pesanti, per soli 1.200 euro, rivela una moderatrice che ha raccontato una sua giornata tipo. Sara racconta che nel corso di un turno lavorativo, vede video di violenza sessuale, pedopornografia, suicidi, commenti atroci, in altre parole, assiste al male e si assicura che non venga reso pubblico agli occhi di tutti. Dopo la violenza sessuale subita l’estate scorsa dalla ragazza palermitana stuprata da un gruppo di sette mostri, tanti sono stati i commenti censurati che facevano il tifo per il branco o auguravano la morte alla vittima, afferma Sara.

E in effetti anche io, in questi giorni, ho visto alcuni video pubblicati da profili maschili in cui non solo si insulta la donna, ma viene spogliata della sua dignità non con concetti che – purtroppo – sono all’ordine del giorno e che siamo abituati a sentire e leggere, bensì con una terminologia specifica e un campo semantico che la definisce un animale.

Ma non sono solo i social luogo di degrado e di sminuimento umano e, nel particolare, femminile: persino contesti di formazione o di cultura, come ad esempio nell’ambito teatrale che si batte per la produzione di un teatro impegnato, che abbatte le differenze di genere e le discriminazioni, ci sono uomini che, con battute da amici al bar di paese, definiscono una collega “troia” perché ha i capelli rossi o perché guarda gli uomini, empatizzando con il compagno della diretta interessata con frasi come “ povero ragazzo”, “ma alla fine non è nulla di che, è bona solo perché ha i capelli rossi, non è neppure brava”.

Il punto della questione non è l’offesa in sé che, seppur sia simbolo del fallimento sociale, è sempre esistita e persino la comicità teatrale o cinematografica ne fa menzione senza filtri (pasti pensare ai cinepanettone, ad esempio). Quello che provoca rabbia è il nascondino dietro la lotta per la parità di genere e per l’emancipazione femminile, quando la vera natura umana di molte persone – la maggior parte purtroppo – si palesa nella misoginia latente in quanto una donna libera, anche sessualmente, è un animale che non merita rispetto ma appellativi che la mettano al suo posto, nella posizione che merita. Una società ipocrita che usa la lotta per i diritti umani come scudo per esprimere, quando nessuno sente, le idee reali, quelle che hanno plasmato e continuano a plasmare, una società malvagia e ingiusta dove il concetto di parità non ci sarà mai, a favore di fiumi di violenza fisica e verbale.

Paola Sireci

Sono Paola Sireci, giornalista pubblicista, laureata in scienze della comunicazione con un master post laurea in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Lavoro come social manager e segretaria organizzativa presso l’accademia Stap Brancaccio di Roma. Scrivo gli editoriali e curo la rubrica “Love” di Stay. e lo faccio bene perché amo approfondire l’attualità (necessario farlo per comprenderla) e declinarla soprattutto nella sfera artistica e mi affascina analizzare le diverse sfumature dell’amore.

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