Viaggio nella sorprendente isola (il)legittima del Mediterraneo: Cipro

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Larnaca, ore 23.30. Guardo dal finestrino l’arcipelago luminoso dei locali sul lungomare e mi domando se l’aereo atterrerà sulla pista oppure direttamente in acqua , considerando che la pista si trova esattamente sopra l’acqua. Sento l’emozione che attraversa il mio petto accompagnato dal tipico applauso dei passeggeri che stanno per cominciare le vacanze. Mi sento molto stanca, il controllo dei passaporti in aeroporto è automatizzato e lento e ho un solo e unico pensiero: ritirare la macchina noleggiata e recarmi all’ appartamento prenotato a Larnaca, il Magdalene City. Larnaca è la prima tappa del mio lungo viaggio alla scoperta di un’isola calda, tranquilla, ricca, simbolica, tagliata, ricucita, bastarda: Cipro. E come dice il proverbio, “il primo amore non si scorda mai”.

È stato realmente così.

Famosa per la Chiesa di San Lazzaro, che secondo la tradizione cattolica pare sia il punto esatto dove fu ritrovato il feretro del personaggio biblico dopo la sua seconda morte, Larnaca non rispecchia tipicamente la classica città greca. In realtà nessuna città dell’isola, riconosciuta ufficiosamente ma non ufficialmente come isola greca, ha caratteristiche elleniche e anzi manifesta perfettamente una propria identità, il prodotto della cultura greca, turca e britannica, oggi espressa nella guida a destra. Una guida turistica incontrata nel mio percorso mi ha, infatti, detto che la lingua cipriota ha caratteristiche ben precise, una sorta di dialetto che fonde il turco, il greco e l’inglese. Cipro è la figlia (il)legittima della madre Turchia e del padre Grecia. Ma torniamo a Larnaca. Come sono solita fare prima di ogni viaggio, stilo una lista dei posti tipici da visitare in una città ma, la maggior parte delle volte, mi lascio distrarre dai posti e dalle persone che incontro strada facendo, rispettando sì la tabella di marcia, ma arricchendola con nuovi incontri. Il primo giorno nella città comincia con una ricca colazione tipicamente esotica (omelette al prosciutto e cioccolata fredda) nel cuore di Larnaca, la Chiesa di San Lazzaro, appunto. Entro nella chiesa – rigorosamente ortodossa – il cui interno è interamente tappezzato di iconografie sacre, monili dorati e lampadari imponenti con un coro in sottofondo che accompagna la marcia alla scoperta del luogo sacro che, nel suo seminterrato, ospita la tomba di Lazzaro. La Chiesa è una sorta di complesso, fatto in pietra bianca e pavimento liscio, quasi marmoreo, che accompagna il perimetro della struttura, allungandosi in lungo e largo, dando colore alla piazza principale dove, quella stessa sera, sarei stata ospite di un karaoke cipriota composto unicamente da gente del posto.

Chiesa di San Lazzaro

La giornata prosegue con una passeggiata nella città antica e nel Castello Medievale. Dopo aver pagato un biglietto di ingresso di 2,50 euro – prezzo unificato per tutti i luoghi culturali dell’isola – mi affaccio sulla torre del castello adornato con palme, oleandri e buganville ammirando il mare cristallino e il lungomare che la sera prima avevo intravisto durante l’atterraggio. Mi dirigo con la mia Kia Picanto Bianca, rinominata Afrodite per tutta la durata del viaggio, verso la spiaggia di Faros: un luogo in cui i local vanno per rilassarsi, nel vero senso della parola, e in effetti non c’è traccia di quel turismo che inquina le spiagge e le omologa al pollice all’insù dei social. Un piccolo chiosco dotato di docce e bagni gratuiti, lettini e ombrelloni a 2,50 cada uno e, sullo sfondo un mare cristallino. Attorno a me il nulla, solo le onde che si infrangono timidamente sul bagnasciuga e una playlist pop anni 2000 in filodiffusione. A Faros Beach il tempo si è fermato e, per la prima volta dopo tanti mesi, è stato bello vivere il qui e ora. Nella strada di ritorno mi sono imbattuta in una delle mie distrazioni: nascosta tra le palme e gli ulivi, un luogo che sembra stato tirato fuori da “Le Mille e una notte” e messo lì, non casualmente: la Moschea di Hala Sultan Tekke, la più grande e importante nella Repubblica di Cipro, al cui interno ci sono gatti randagi che passeggiano sul patio inondato di flora. Davanti, il lago salato rosa in cui il sole si rispecchia al tramonto colorando di rosa la Moschea. Tra il canto delle cicale, e l’odore di arbusti selvatici, mi godo il primo tramonto dell’isola. Sola, senza turisti.

Il secondo giorno mi rimetto in macchina verso sud, nella parte più mediterranea di Cipro, Ayia Napa, meta decisamente più turistica, viva, con due elementi distintivi, in tutta l’isola: le sue acque cristalline, “come quelle delle bottiglie d’acqua”, come suggerito da un local di Larnaca e i suoi locali in pieno stile americano, che la connotano come la Las Vegas cipriota. Il quartiere della movida notturna non lascia spazio all’immaginazione con i suoi enormi locali, ricostruzioni dei set cinematografici dei Flinstones o Pirati dei Caribi, e i suoi “mini market” sulla via principale che sembrano i classici Walmart americani in cui avvengono le rapine a mano armata. Ma l’elemento più assurdo è un cimitero costruito nel bel mezzo della via principale, tra un hotel, luna park e un locale notturno in cui si canta fino a tarda notte. È qui che prende forma il capitalismo, a Cipro. E dove c’è capitalismo, c’è turismo.

L’unica oasi di tradizione la vedi, la senti. È la taverna di Tony, il classico ristorante greco con le sedie azzurre, tovaglie bianche e musica folkloristica in sottofondo, un gioiello avvolto, quasi nascosto dalla movida capitalista, in un piccolo bosco dove sorge il ristorante, nonché la casa del proprietario, Tony. Costruita con alcune pietre prelevate da Famagosta, la prima città che si incontra dopo il confine turco e rasa al suolo dai Turchi durante la rivoluzione del 1974, la casa di Tony vive ad Ayia Napa dagli anni Cinquanta ed è sopravvissuta alla cultura globalizzata da cui è circondata, regalando un’esperienza tradizionale in cui accoglienza è la parola d’ordine.

Il primato per le acque caraibiche la detiene la zona sud-orientale dell’isola, in particolare la zona chiamata Protaras: una località balneare fatta di ville lussuose, costeggiate da palme immense, hotel estesi per venti piani simili a quelli che si trovano a Marbella o Miami e spiagge curate, per tenere testa alle acque azzurre e trasparenti in cui poter avvistare le tartarughe marine. Siccome non amo stare ferma, neppure in vacanza, mi sono concessa il lusso di spuntare la casella su più spiagge: Fig tree, Green Bay, Nissi Beach e Ayia Thekkla, luogo perfetto per chi vuole stare lontano dal turismo di massa e godersi il mare e la spiaggia, riuscendo a calpestarla e sentirne il calore con i piedi. Sullo sfondo, una chiesa sul cucuzzolo di una piccola collina che richiama i suoi turisti con i canti liturgici del Pope durante la messa in riva al mare, cantata con lo strumento più naturale, tranquillo e autentico: il mare.

Lascio Ayia Napa e mi dirigo verso la Nord, nella parte che i Turchi hanno occupato illegalmente nel 1974 e che oggi non è riconosciuta dalla comunità internazionale. Durante i primi giorni a Cipro ho chiesto agli abitanti delle varie zone se valesse la pena o meno andare a Famagosta, meta presente sulle guide dell’isola, ma di cui non se ne spiega la troppa importanza. Loro mi hanno sempre risposto con zelo e malinconia che “non c’è nulla da vedere” e quelli più arrabbiati aggiungevano che “si sono presi la parte più bella dell’isola e ci hanno cacciati da casa nostra”. Molti abitanti nel sud dell’isola, infatti, sono stati mandati via dalle loro case dall’esercito turco e obbligati a rifarsi una vita al sud, senza nulla, se non col ricordo doloroso della separazione dalla loro terra madre. Così è: con la macchina mi avvicino al confine e me ne accorgo perché inizio a vedere la segnaletica stradale che mi invita a rallentare, un filo spinato che segna il confine tra Nord e Sud e delinea le basi Nato mi accompagna lungo la strada per arrivare ai controlli della polizia turca. Mi chiedono il passaporto, perché mi sto dirigendo al nord del Paese e mi obbligano ad acquistare un’assicurazione di viaggio al costo di 20 euro in quanto, l’assicurazione presa in territorio greco non copre alcun tipo di sinistro o incidente avvenuto oltre il confine. Passati i controlli, faccio un salto indietro nel tempo di cinquant’anni: è il 1974 e l’esercito turco invade la parte settentrionale dell’isola. Saccheggia e bombarda le abitazioni, uccide gli abitanti, stupra le donne, annette le chiese cattoliche come luoghi sacri musulmani aggiungendo il Minareto, campanile tipico delle moschee, e le tappezza con moquette colorata. È il 1974 e sono a bordo di una Kia Picanto, osservo gli edifici fatiscenti, scuciti, una città fantasma torturata e lasciata così da quell’anno, come ricordo del passaggio turco da quella zona. Mi trovo nel quartiere Varosha e solo qui, ora, capisco perché la domanda che rivolgevo agli abitanti dell’isola faceva così male. Lira Turca, insegne, nomi delle vie turche, souvenir turchi, caffè turco preparato per strada dai tassisti e offerto ai turisti, richiamo alla preghiera ogni ora, bandiera turca innalzata negli edifici istituzionali e nei monumenti con orgoglio, danno un’idea ben precisa della presenza nella parte settentrionale dell’isola. Famagosta è un gioiello, pittoresca ma non troppo turistica eppure, lungo la visita in questa città, mi sono chiesta quale sia stato il prezzo da pagare per quella bellezza e quel clima sereno, fatto di urla silenziose a cui la storia non ha mai dato voce.

Oltrepasso nuovamente il confine e mi dirigo verso Nicosia, capitale dell’isola, anch’essa divisa in due: nel cuore della città la polizia turca controlla i passaporti e registra le entrate per far accedere i turisti e non solo nella parte arabeggiante. Un souk tipico con bazar e pasticcerie che espongono in vetrine montagne di dolci locali, lampade fatte con mosaici, gatti randagi e donne con velo.

Passando da una città all’altra mi accorgo della diversità paesaggistica di quest’isola, caratterizzata da distese di arbusti secchi ma, allo stesso tempo, bouganville e oleandri che colorano le autostrade e anche gli scorci più deserti. Giungo alla penultima tappa del mio viaggio, Limassol, ma prima mi fermo a Kourion Beach, una delle spiagge più belle mai viste in vita mia. Mentre percorro le curve di una strada a due corsie, svolto a destra e mi tuffo sulla spiaggia: mi separa da lei solo una striscia di parcheggi. Di fronte a me ho una scogliera bianca su cui si infrangono le onde del mare verde acqua, leggermente mosso ma pulito e senza un’alga. Trascorro la giornata su un lettino, a leggere e a godermi la meraviglia di una spiaggia abitata ma non affollata, silenziosa ma non noiosa. Alle mie spalle si alza una scogliera color sabbia dietro cui si nasconde uno dei molti scavi archeologici di Cipro, ovvero il Parco Archeologico di Kourion, antica città cipriota che si affaccia sul mare e dove si può ammirare una delle migliori viste dell’isola. In sottofondo le onde del mare in lontananza, la compagnia delle cicale e il suono delle chiome degli ulivi spostate dal vento. Assaporo questo tramonto lontana dal caos balneare, cittadino e dei miei pensieri.

In serata mi sposto a Limassol, dove trascorro le prossime due notti. È una cittadina molto grande ma, allo stesso tempo tranquilla, vivibile e sicuramente poco turistica (molto lontana dall’ideale di “città sul mare” italiana, spagnola e tipicamente attribuita alle isole greche). Paradossalmente non ci sono ristoranti di pesce e la caratteristica, forse inquietante ma affascinante allo stesso tempo, è che non ci sono turisti, ma solo abitanti dei dintorni. Me lo ha confermato il venditore di un’erboristeria che ha definito Limassol “una città di passaggio”. Eppure, questa tranquillità a cui non sono abituata mi affascina e mi tiene legata a questa città che lascio con malinconia e consapevolezza di averci trascorso troppo poco tempo.

Ultima tappa del mio viaggio in cui trascorro gli ultimi due giorni, Paphos. La città più a ovest dell’isola e quella che ho vissuto meno, tra tutte e a cui, in effetti, non mi sento particolarmente legata. Prima di arrivare, però, mi fermo nel luogo che ha guidato – in tutti i sensi – il mio viaggio: gli scogli di Afrodite, luogo in cui la leggenda narra che la dea dell’amore sia nata tra la spuma delle onde infrante sulla scogliera. Effettivamente la macchina che mi ha accompagnata lungo questo tour l’ho soprannominata proprio Afrodite, con l’auspicio di arrivare nel luogo che ha dato un senso a questo soprannome. Un posto curioso se penso che dalla strada principale, costeggiata dal mare, non si notano questi scogli ma, per vederli, occorre percorrere un piccolo sentiero sottoterra, passando per un cunicolo stretto e, superato, mi affaccio su una spiaggia rocciosa con diversi faraglioni, uno particolarmente grande, che è quello citato dalla mitologia greca.

Due, le spiagge visitate: Coral Bay e Venice Beach, non particolarmente suggestive ma degne di essere vissute solo per le acque cristalline e i lettini a 2,50 euro. Ma non solo, l’ultimo tramonto di questo viaggio si presenta davanti ai miei occhi nel tardo pomeriggio del 6 agosto, sulla riva del mare senza nessuna persona davanti, mentre mangio delle patatine fritte e contemplo in silenzio lo spettacolo che ho di fronte. Con il telefono scarico, fortunatamente.

La bellezza dell’ultima tappa me la regalano due siti archeologici: le Tombe dei re, un parco archeologico sottoterra in cui si possono visitare molte tombe dei re greci e il Parco Archeologico di Paphos, il più grande dell’isola in cui sono presenti la casa di Dioniso, di Achille e di altri personaggi della mitologia greca. Una conservazione decennale di mosaici perfetti che raffigurano scene di vita quotidiana dell’Antica Grecia e che mi hanno permesso di fare una sosta dal caldo torrido che mi ha accompagnata nell’ultimo giorno a Cipro.

Tirando le fila di questo tour, perché vale la pena andare a Cipro? Sicuramente non perché è un’isola greca – perché NON lo è – ma per la sua storia travagliata, poco conosciuta che la rendono unica nel vero senso della parola, con una propria identità prodotto di due culture diverse ma convergenti. Cipro è la prova che dallo scontro può venire fuori qualcosa di bello e raro: una lingua che sembra un dialetto che fonde il greco, il turco e l’inglese, connotati fisici misti con carnagione color caramello e occhi verdi, musica dal testo greco ma dalla melodia mediorientale, gentilezza e accoglienza.  Cipro non è solo un’isola di mare, con acque cristalline e movida notturna. È la scoperta di un’identità strappata, violata e poi ricucita, con un filo diverso, un fil rouge che la rende atipica, affascinante e attraente.

Paola Sireci

Sono Paola Sireci, giornalista pubblicista, laureata in scienze della comunicazione con un master post laurea in giornalismo e giornalismo radiotelevisivo. Lavoro come social manager e segretaria organizzativa presso l’accademia Stap Brancaccio di Roma. Scrivo gli editoriali e curo la rubrica “Love” di Stay. e lo faccio bene perché amo approfondire l’attualità (necessario farlo per comprenderla) e declinarla soprattutto nella sfera artistica e mi affascina analizzare le diverse sfumature dell’amore.

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