di Marzia Baldari
«Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una e la guardo fino a quando non comincia a splendere».
Emily Dickinson
L’essere umano è l’animale che racconta storie. Le storie ci fanno vivere vite che non sono la nostra, ci permettono di abitare altri mondi e pongono le basi della nostra società creando o recidendo legami. Ci intrattengono, ci emozionano, ci trasformano. Che siano stampate su un libro, o raccontate in un podcast, o con un reel di TikTok.
Ma perché ci piacciono tanto le storie?
Partiamo col dire che comunichiamo da sempre, sin dalla preistoria. Con le mani e con la voce attraverso simboli, gesti ed espressioni per necessità di sopravvivenza, per offrire o chiedere aiuto, per condividere emozioni. A differenza di qualsiasi altra specie animale “sociale” come gli insetti, gli scimpanzé, i delfini o gli elefanti che svolgono (collaborando in piccole cerchie) schemi prestabiliti all’ombra di una ripetizione infinita, l’essere umano riesce a farlo anche con grandissimi numeri di individui.
E come ci riesce?
Attraverso l’immaginazione.
Siamo capaci di costruire storie e di diffonderle rendendole credibili e, sulla base di esse, organizzare delle strutture sociali. Più di 20mila anni fa abbiamo creato entità superiori (dalle divinità alle religioni) per spiegare fenomeni inspiegabili come la morte.
L’uomo immagina perché non sa dare senso alla sua esistenza e allora l’addensa nel sacro sviluppando rituali collettivi e creando realtà immaginate.
Lo fa prima attorno a un fuoco condividendo e ascoltando un patrimonio collettivo orale di storie: dall’Iliade all’Odissea agli aneddoti della vita di paese raccontati dai nonni, e poi con diversi supporti, dall’argilla al papiro, dalla pergamena alla stampa, sino ad uno schermo.
Storie raccontate che mutano nel tempo finché qualcuno non le fissa.
Di certo, son sempre parole.

