Prestare il consenso al trattamento dei dati personali per addestrare l’intelligenza artificiale. È questa l’ultima pensata di Meta che, a partire dal 26 giugno, utilizzerà i contenuti pubblicati dagli utenti come strumento per addestrare l’intelligenza artificiale. I profili dei singoli utenti diventeranno, quindi, cavie, esperimenti per l’IA, entrando a far parte di quel circuito di investimento promosso da Meta per implementarla e ampliarne le funzionalità.
Detta così, pare non esserci nulla di stravolgente e diverso rispetto a tutte le postille che approviamo con crocette quando si firma un contratto, si sottoscrive la tessera fedeltà di un supermercato oppure quando si effettuano acquisti online oppure iscrizioni a qualche sito, attraverso le quali approviamo il trattamento dei nostri dati personali. Già ma, praticamente, cosa significa quella crocetta che mettiamo superficialmente e distrattamente prima di apporre la firma? Prima di tutto occorre definire quali siano i dati personali: essi costituiscono il nome, cognome, indirizzo mail aziendale e personale, residenza, domicilio, immagine della persona, codice fiscale e targa dell’auto, spesso definiti anche comuni in quanto reperibili facilmente, ad esempio attraverso il calcolo del codice fiscale. Essi sono, tuttavia, differenti dai dati sensibili, giudiziari e sanitari per i quali, invece, è previsto un trattamento specifico con una particolare autorizzazione da parte del diretto interessato.
Una volta dato il consenso, esso deve essere libero, revocabile, modificabile, verificabile, chiaro e inequivocabile i dati, quindi, non diventano proprietà di chi li può utilizzare ma, al contrario, il titolare deve attenersi a regole specifiche per il loro trattamento, circoscrivendolo a determinate finalità, a limiti temporali, conservando i dati personali ed eliminandoli su richiesta del soggetto oppure una volta raggiunto l’obiettivo per i quali si sta richiedendo il trattamento.
È evidente che quando si autorizza il trattamento dei dati personali si metta la crocetta in modo distratto, al fine di arrivare alla finalità desiderata che sia, appunto, la tessera fedeltà, l’acquisto di un bene o servizio oppure l’iscrizione a qualche sito o social, senza considerare cosa significhi dare il consenso o meno. Alzi la mano chi non ha mai concesso l’utilizzo dei propri dati personali (io, per prima, credo di non averlo mai fatto. Sarò l’unica?)
Eppure, da due giorni a questa parte, i feed di Instagram sono invasi da vademecum su come impedire l’utilizzo dei propri dati personali da parte di Meta a favore dell’Intelligenza Artificiale, mossa ingannevole da parte dell’impresa statunitense che non chiede ai suoi utenti se prestano o meno la loro approvazione al trattamento ma, attraverso un tacito accordo da parte degli stessi, li spinge ad autorizzare l’uso dei propri dati personali. L’unico modo per opporsi è una macchinosa, lunga, lenta e non intuitiva procedura attraverso la quale “Meta prende in carico la richiesta”. Il dissenso degli utenti di fa sentire ad alta voce tanto da condividere post e stories contenenti la procedura per non permettere il consenso del trattamento dei dati.
Sebbene le modalità con cui Meta chiede ai propri utenti il permesso o meno sia discutibile, poco chiaro, equivocabile venendo meno alle regole in materia di modalità di trattamento dei dati personali, viene automatico domandarsi il perché della diffidenza degli utenti nell’autorizzare o meno dal momento che sui social, Instagram in particolare, si condivide compulsivamente la propria quotidianità e quella degli altri senza curarsi della privacy o dei rischi che potrebbe comportare. Un paradosso alquanto curioso che ci coinvolge in prima persona imprigionandoci in un circolo vizioso in cui, più contenuti si pubblicano, più si pretende la privacy e l’assenza di giudizio o commenti a riguardo.
Che l’Intelligenza Artificiale non voglia studiare queste dinamiche malate e i comportamenti degli utenti?

